Moda etica: cosa significa davvero vestirsi responsabilmente?

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Negli ultimi anni, fortunatamente, si parla sempre più spesso di ethical fashion . Ormai è un dato di fatto assodato che i cambiamenti climatici siano causati dai comportamenti umani. È per questo che ridurre il nostro impatto ambientale è un’urgenza cui neanche l’industria della moda può sottrarsi. Ma cosa significa davvero moda etica? Scopriamolo insieme.

Le origini della moda etica

La moda etica trova le sue radici nel movimento ambientalista moderno, in particolare nel testo Silent Spring di Rachel Carson, biologa americana che per prima pose l’accento sull’inquinamento causato dall’industrializzazione. 

Il comparto tessile infatti è responsabile del 20% delle emissioni di gas serra, industria seconda solo a quella del petrolio.

Oltre agli agrofarmaci utilizzati per la produzione delle fibre vegetali, ci sono da considerare i danni causati dai prodotti chimici per la lavorazione di quelle sintetiche, le tinture e tutto ciò che concerne il trasporto. 

Le caratteristiche che distinguono la moda etica dal fast fashion

Per capire meglio cosa significa sposare la causa della moda etica, è bene sapere cos’è il fast fashion. Con questo termine si definisce la moda low-cost, prodotta velocemente e su larga scala, che ricrea le tendenze delle passerelle con materiali chip. 

Per soddisfare un mercato internazionale enorme, il fast fashion non incide negativamente solo sull’ambiente ma anche sulla qualità del lavoro.

La produzione viene fatta in paesi in via di sviluppo, senza alcuna garanzia dei requisiti minimi di sicurezza sul lavoro e salario minimo. 

L’ethical fashion si pome dunque 3 diversi obiettivi: la sostenibilità sociale, ambientale ed economica. La moda etica utilizza dunque materiali eco-sostenibili (siano essi riciclati o prodotti responsabilmente), viene confezionata all’interno di industrie tessili che garantiscono condizioni di lavoro dignitose ed aspira ad avere una ricaduta positiva sulla società.

Come contribuire al cambiamento

Nel 2015, tutti gli stati membri delle Nazioni Unite hanno sottoscritto l’Agenda 2030.

Essa prevede il raggiungimento di 17 obiettivi per traghettare l’umanità verso uno sviluppo sostenibile. Da allora l’industria della moda ha iniziato a mobilitarsi e, anche se c’è ancora molto da fare, alcuni brand stanno cambiando rotta.

Dall’abbandono delle pellicce animali, all’uso del nylon riciclato, dalla riduzione della plastica monouso degli imballaggi fino alle sfilate a Co2 compensata. Già 32 brand del lusso (tra cui Prada e Gucci) si sono posti l’obiettivo di azzerare le proprie emissioni di gas serra.

Rimane però ancora irrisolto il problema della grande distribuzione. Gli abiti low cost sono una tentazione cui difficilmente potremmo rinunciare ma, per contribuire al cambiamento, possiamo adottare nuovi comportamenti più responsabili.

 

La celebre stilista Vivienne Westwood nel 2019 aveva lanciato lo slogan “Buy Less, Dress Up”, ovvero “compra meno, vestiti.” Ecco, acquistare meno capi ma più resistenti e duraturi, rivolgersi al mercato del second-hand, riparare o riadattare i capi che giacciono nell’armadio sono piccoli gesti che però possono fare la differenza.

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