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Inutile negarlo. Se pensiamo alla moda made in China l’unica cosa che ci viene in mente sono abiti dal design che imita quello dei grandi marchi, realizzati con tessuti scadenti e venduti a prezzi stracciati. Un pregiudizio che comunque non vince mai sul loro fascino, alimentando l’industria miliardaria e deleteria della fast fashion. Ma ora che il tema della sostenibilità ambientale è così evidente, come dovremo comportarci? E soprattutto, davvero la moda made in China è tutta spazzatura o qualcosa sta cambiando?

Il giro d’affari che ruota intorno alla fast fashion

Il pregiudizio che ricopre l’industria della moda cinese ha un fondo di verità. La maggior parte delle grandi multinazionali della fast fashion produce in Cina per offrire ai consumatori occidentali quantità industriali di capi dal design accattivante a piccolissimi prezzi, pensati per durare una stagione o poco più. 

Anche se è quasi impossibile resistere al loro fascino, ormai lo sappiamo tutti che acquistando questo tipo di prodotti si alimenta un’industria profondamente ingiusta. Essa infatti è la seconda a livello mondiale per emissioni nocive. E non si limita a inquinare. La fast fashion produce anche tonnellate di invenduto che finisce al macero e alimenta lo sfruttamento delle persone che operano in condizioni di lavoro inaccettabili.

Made in China e created in China: che differenza c’è?

Quella della fast fashion però è solo una faccia della medaglia. Esiste infatti una grande differenza tra il made in China appena descritto e il created in China. Quest’ultimo infatti riguarda tutta quella fetta di marchi che disegnano e producono abiti in Cina. E c’è una buona notizia: tra i giovani stilisti e designer cinesi il tema sulla sostenibilità ambientale è più che mai acceso.

Secondo una ricerca portata avanti da Daxue Consulting, il 77% dei consumatori cinesi sarebbe disposto a spendere dal 5 al 20% in più per acquistare abiti e accessori prodotti in maniera più responsabile ed eco-friendly. E non è un caso che la prossima Shanghai Fashion Week, che si terrà a ottobre, abbia scelto come tema proprio la moda green. Il cambiamento lo si può notare anche nelle etichette dei marchi low cost. Se fino a qualche anno fa la maggior parte di loro produceva in Cina, ora si stanno spostando in India, Pakistan o Bangladesh. Lo spregevole motivo è che in questi paesi poverissimi la scintilla della moda etica non si è ancora accesa.

Made in China e sostenibilità: qualcosa sta cambiando

Qualcosa sta cambiando, ma la strada verso una moda davvero etica e rispettosa dell’ambiente è ancora lunga. Anche se ogni giorno nascono nuovi marchi e nuove iniziative green, finché ci sarà domanda l’industria del fast fashion non si fermerà. Per darvi un’idea, il colosso Shein ha fatturato oltre 10 miliardi di dollari nel 2021, vendendo la maggior parte del suo immenso campionario a 2-8 euro al pezzo.

Le nuove generazioni se ne stanno accorgendo, ma è ora che ciascuno di noi inizi a fare la differenza. Spendere un po’ di più per acquistare capi di qualità, realizzati con prodotti meno inquinanti in stabilimenti che garantiscono condizioni di lavoro dignitose. Può sembrare difficile all’inizio, ma col tempo si dimostrerà la scelta migliore, un investimento per il futuro. Solo così riusciremo contribuire significativamente alla sfida più grande del nostro tempo: consegnare ai nostri figli un mondo migliore rispetto a quello che stiamo vivendo e abbiamo vissuto noi. 

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