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Il mondo del lavoro, purtroppo lo sappiamo, ha un problema enorme con le discriminazioni. Che si tratti di gender gap, omotrasfobia o razzismo, il risultato non cambia. A subire questo tipo di penalizzazione ci sono anche le persone senza figli cui, secondo un recente studio, verrebbe richiesto un impegno maggiore rispetto ad colleghi con figli. Un sopruso silenzioso e subdolo che non tiene conto del fatto che dietro la mancata genitorialità potrebbe nascondersi un grande dolore.

Dipendenti senza figli, una discriminazione silenziosa

La discriminazione nei luoghi di lavoro è un argomento caldo e purtroppo sempre attuale. La pandemia ha acuito un problema che la maggior parte di noi ha vissuto almeno una volta nella vita. Se da un lato a pagare il prezzo più alto sono state le donne (99mila nuove disoccupate secondo i dati Istat), anche i dipendenti senza figli hanno subito pesanti conseguenze.

Secondo uno studio svolto in Canada lo scorso settembre, almeno un quarto dei non genitori intervistati è stato caricato di aspettative e carichi di lavoro molto più alti rispetto ai colleghi con famiglia. Negli Stati Uniti il dato si attesta al 30% mentre nel nostro Paese non ci sono state ancora ricerche in materia.

Più consegne, più obiettivi da raggiungere e turni festivi, seguendo la logica del “tanto non ha nessuno cui badare”. La nuova frontiera della discriminazione sul luogo di lavoro investe una delle sfere più intime della persona: la mancata genitorialità.

Cosa si nasconde dietro alla mancata genitorialità?

Partendo dal presupposto che non ci dovrebbe essere alcuna differenza di carichi di lavoro, a parità di mansione, tra dipendenti di genere, credo religioso, provenienza e situazione familiare diverse, perché ci siamo soffermati su coloro che non hanno figli?

Beh perché forse non si è mai posto l’accento su cosa davvero si nasconda dietro una mancata genitorialità. Giorgio M. Ghezzi, responsabile career, learning and development di una società del settore aeronautico ha cercato ci spiegarlo in un’intervista a Repubblica.

Il problema, racconta l’autore di No, non abbiamo figli – L’amore ai tempi dell’infertilità, ha origini culturali e lessicali. In inglese esistono 2 modi per definire le persone senza figli: child-free, coloro che hanno scelto di non averne e child-less, chi non può averne. In italiano non esistono parole che possano tradurre questi significati e spesso la persona che vive questa condizione viene banalmente investita da una serie di frasi e luoghi comuni che non tengono conto della propria reale condizione.

Come vive il posto di lavoro chi non ha figli?

Con considerazioni che spaziano dal “beato te!” a “sei fortunato perché non hai preoccupazione e tutti il tempo che desideri da dedicarti” è più facile capire quanto sia difficile per una persona che non può avere figli integrarsi nel team di lavoro. È per questo motivo che Julia Fominova, consulente legale, ha costituito l’associazione Human Rocks, volta alla sensibilizzazione sul tema della mancata genitorialità e la convivenza sul posto di lavoro.

“La genitorialità mancata è una perdita non riconosciuta, perché non puoi perdere qualcosa che non hai mai avuto” sottolinea la Fominova. E prosegue: “Ci sentiamo quasi dei perdenti” perché la nostra è una società pro-natalista, competitiva e che tende a non affrontare il dolore. Sia Ghezzi che Fominova ci invitano dunque a non trarre facili considerazioni nel giudizio dei nostri colleghi. Equità, ma prima ancora rispetto, sono gli ingredienti di cui il nostro mondo del lavoro avrebbe ancora tanto bisogno.

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