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La violenza digitale è un abuso ai danni della privacy di una persona che si compie nel mondo virtuale. La forma più conosciuta di questo reato è il revenge porn ma non si tratta solo di questo. La piaga della violenza digitale riguarda in generale tutta la diffusione illecita di materiale foto e video privati di una persona che non ne dà il consenso. È un crimine molto diffuso ma che molto spesso non viene denunciato. Scopriamo dunque di cosa si tratta esattamente e come difendersi da questo abuso.

I numeri della violenza digitale

Nel 2021 è stato istituito il cosiddetto Codice Rosso contro la violenza sulle donne. Si tratta in sostanza di una corsia preferenziale che aiuta le istituzioni e le vittime ad accelerare indagini e processi che riguardano reati specifici. Tra questi ci sono i maltrattamenti, la violenza sessuale, il revenge porn e lo stalking. Tuttavia, le forme di violenza che riguardano la sfera sessuale e intima della persona sono molteplici e, tra queste, la violenza digitale è una delle meno conosciute e punite.

Secondo uno studio portato avanti tra aprile e maggio di quest’anno, in Italia le vittime di diffusione illecita di materiale intimo sono circa 2 milioni, e 7 su 10 sono donne. Il fenomeno non riguarda esclusivamente il revenge porn, cioè la pubblicazione o l’invio a terzi di materiale esplicitamente sessuale. Rientra nei termini di questo reato anche la diffusione di materiale che viola la privacy della persona, come uno scatto rubato sotto la doccia o l’intimità di una serata a casa ripresa con telecamere nascoste o ancora un incontro per strada filmato di furtivamente.

Perché la violenza digitale non viene denunciata?

Un altro dato allarmante che emerge da questo studio è che solo il 50% delle vittime arriva al punto di denunciare. Questo accade principalmente perché, com’è chiaro dagli esempi appena fatti, nella maggior parte dei casi la vittima conosce il proprio aguzzino. Sussistono legami di parentela, sentimentali o quantomeno di amicizia e per questo, nella mente di chi subisce il torto, scatta immediatamente un meccanismo di vergogna.

I protagonisti inconsapevoli di questo materiale illecito spesso hanno paura di denunciare, perché temono di rovinare la propria reputazione, di apparire sciocchi e sprovveduti, di diventare vittime di estorsioni o ricatti. In realtà però, così facendo, non si fa altro che alimentare il fenomeno. 

Un ulteriore problema riguarda i termini di legge che talvolta non sono così conosciuti da permettere alla vittima di trovare il coraggio di denunciare. Vale la pena ricordare dunque che il reato di violenza digitale esiste ed è punibile, anche se il materiale non è stato pubblicato su una piattaforma (social o meno), ma anche solo condiviso tramite app di messaggistica. 

Come denunciare la violenza digitale

Nel nostro sistema giuridico, per denunciare la violenza digitale, ci si può appellare a diversi articoli di legge. Se i filmati diffusi non sono a sfondo sessuale, rientrano nel reato di interferenza illecita nella vita privata. L’autore del gesto rischia fino a 4 anni di reclusione. Se invece il responsabile chiede alla vittima dei soldi per eliminare dalla rete video e foto, allora il gesto rientra nel reato di violenza privata o di estorsione.

Le vittime di violenza digitale, come emerso dallo studio, hanno un’età media di 27 anni. Purtroppo però la cronaca ci ha tristemente abituati a casi di questo tipo che riguardano minorenni. In questo specifico caso, il reato è di diffusione e detenzione di materiale pedo-pornografico.

La vittime possono dunque denunciare la violenza digitale recandosi in un qualsiasi commissariato di polizia, ai carabinieri o presso il Garante della Privacy. Sul portale digitale di quest’ultimo inoltre, è disponibile un modulo che permette il blocco della diffusione del materiale interessato su tutte le piattaforme entro 48 ore dalla segnalazione. Anche i social offrono la possibilità di segnalare e bloccare foto e video tramite appositi form compilabili in assoluto anonimato.

Cosa fare quando il materiale viene diffuso ma mai pubblicato

Quando il materiale viene pubblicato rischia di diventare virale e devastante per la vittima. Nel dramma di questa situazione però c’è un lato positivo: è molto più facile da bloccare e denunciare. Le app di messaggistica invece sono molto più complesse, perché hanno fatto della crittografia end-to-end il loro punto di forza. Con questo sistema nessuno, compreso Google e le autorità, può leggere i messaggi durante il trasferimento da un dispositivo a un altro. Si rende dunque necessaria una lunga trafila di accertamenti e interrogatori per riuscire a trovare il materiale negli smartphone.

La Commissione Europea sta però lavorando affinché l’algoritmo di queste piattaforme sia in grado di riconoscere e bloccare il caricamento di immagini e video che riguardano la pedo-pornografia. L’istituzione sovranazionale ha inoltre chiesto una maggiore responsabilità e collaborazione alle piattaforme. L’obiettivo è che si adeguino, come hanno già fatto Facebook e Instagram, al programma di tutela e blocco dei contenuti del Garante della Privacy.

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